Contro la terapia breve

Psicoterapie brevi libro

Ecco le principali critiche alla terapia breve. [immagine Freepik]

Perché alcuni terapeuti si oppongo alla terapia breve?

Sembra strano, ma diversi professionisti ritengono che la terapia breve sia inefficace, che non sia una “vera” terapia, o che dia risultati “superficiali”. Questo al di là di tutte le evidenze scientifiche – prontamente riportate da Hoyt.

Le motivazioni dietro queste critiche non sono sempre limpide e trasparenti, anzi a volte sono torbide, confusionarie o, nei casi limite, opportunistiche.

Come detto in altri articoli, Michael Hoyt è considerato a livello internazionale un esperto delle terapie brevi.

Prima di Psicoterapie brevi ha scritto diversi altri libri, anche con la partecipazione di numerosi nomi illustri (Paul Watzlawick, Richard Fisch e John Weakland del Mental Research Institute; il pioniere della terapia familiare Carl Whitaker, di cui è stato per lungo tempo allievo; Steve de Shazer e Insoo Kim Berg, fondatori della solution-focused brief therapy; Moshe Talmon, con cui ha avviato i primi studi sulla Terapia a Seduta Singola; Michael White, punta di diamante della terapia narrativa; e molti altri ancora).

Ovviamente, occupandosi delle terapie brevi, nei suoi studi ha analizzato anche le 7 critiche principali fatte dai detrattori delle terapie brevi, che Hoyt riporta rigorosamente nel suo libro.

Qui do  giusto una veloce panoramica, che può essere approfondita grazie ai riferimenti bibliografici riportati da Hoyt:

  1. La credenza che “più è meglio”: cioè l’idea che una terapia più è lunga, più è funzionale; questo nonostante negli anni tutta una serie di studi rigorosi, tra cui quelli dell’ex-presidente dell’American Psychological Association Martin Seligman, riportino esattamente il contrario: i cambiamenti più importanti si ottengono nelle prime 10 sedute, mentre con l’aumentare delle sedute successive diminuisce anche l’efficacia terapeutica.
  2. Il mito dell’“oro puro” della psicoanalisi: il concetto riprende un’affermazione di Sigmund Freud, per il quale il cambiamento e la crescita passano unicamente attraverso l’esplorazione del profondo, mentre ciò che resta sulla superficie è, appunto, superficiale e palliativo.
  3. Le credenze sull’inappropriatezza di un ruoto attivo del terapeuta: anch’esse di matrice  psicoanalica, secondo cui il terapeuta dev’essere neutrale e non deve interferire con suggerimenti o “compiti”.
  4. La confusione tra gli interessi del paziente e quelli del terapeuta: che porta a far sì che alcuni terapeuti trattino le loro teorie, più che i loro pazienti, un punto che ogni terapeuta dovrebbe approfondire.
  5. La pressione finanziaria: senza troppi peli sulla lingua Hoyt afferma che molti terapeuti sono spaventati dal veder diminuiti i propri guadagni operando con la terapia breve, quando invece, offrendo un servizio migliore, possono aumentare il numero di clienti e ridurre le liste di attesa.
  6. Il controtransfert e il problema di chiudere una terapia: per il quale a volte sono i terapeuti ad aver problemi a terminare una psicoterapia, più che i loro pazienti.
  7. La reattanza psicologica: Hoyt osserva che alcuni terapeuti a cui viene chiesto, esplicitamente o implicitamente, un trattamento breve (si pensi ai sistemi di assicurazione sanitaria americani, o anche al numero di sedute legate al ticket sanitario), spesso reagiscono con un rifiuto, come se dicessero: “Nessuno mi può dire come fare il mio lavoro”.

In ultima analisi, tirando le somme Hoyt alla fine individua che ci sono 3 principali motivi che determinano, giustamente o meno, la lunghezza di una terapia:

  1. l’orientamento terapeutico e l’attitudine del professionista
  2. i problemi, la personalità, le aspettative e le capacità del paziente
  3. e i soldi.

Non si ritenga l’ultimo punto superficiale o limitato. Quando il proprio sostentamento economico dipende dal numero di sedute fatte ci sono 2 cose che si possono fare (escludendo l’aumento del prezzo, che per forza di cose è limitato): offrire un servizio migliore che vada incontro alle esigenze dei clienti e dell’epoca attuale, in modo da aumentare così il numero di persone che sceglie di rivolgersi a noi, oppure aumentare il numero delle sedute.

Se qualcuno ha ancora dei dubbi si tenga presente questa esperienza personale: la maggior parte delle volte in cui spiego ai colleghi che pratico anche terapie a seduta singola, la prima cosa che mi viene chiesta è: “Ma così non guadagni troppo poco?!”.
Se all’inizio mi sorprendevo molto, col tempo ho imparato a spiegare pazientemente i vantaggi di approcci efficienti che rispondono a ciò di cui ha bisogno il paziente, più che il terapeuta.

Flavio Cannistrà
Psicologo, Psicoterapeuta
Direttore della collana Brief Therapies

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