Perché scegliere di fare una terapia breve

Psicoterapie brevi libro

La terapia breve può essere la prima scelta: se poi necessario si può scegliere un approccio più lungo. [immagine Freepik]

“Perché non partire prima con una terapia breve?”

Già nei precedenti articoli abbiamo visto come Hoyt affermi che, prima di progettare una terapia a lungo termine, sarebbe molto più opportuno quantomeno provare una terapia breve. In realtà, però, Hoyt non si riempie semplicemente la bocca delle proprie opinioni: la nutrita bibliografia riportata nel libro mostra come ogni concetto da lui affermato è supportato da studi e ricerche di altre persone.

Alcune persino insospettabili.


Così, rispetto alla domanda “Perché scegliere una terapia breve?”, Hoyt risponde in Psicoterapie brevi citando persino studiosi come Lewis Wolberg, psicoanalista autore degli autorevoli The Technique of Psychotherapy vol. I, II e III. L’autore già nel 1965 affermava:

“A mio parere, la migliore strategia è quella di ipotizzare che ogni paziente, al di là della diagnosi, risponderà a un trattamento a breve termine finché non si dimostrerà resistente ad esso […] Se questo fallisce, allora potrà sempre ricorrere a una terapia più lunga.”

Hoyt vuole mostrare che anche studiosi di psicoanalisi, da sempre l’approccio più legato a un trattamento dal lungo arco temporale, colgono l’opportunità di passare prima per strade più brevi – e solo poi, se queste non dovessero rivelarsi efficaci, adottarne di più lunghe.

In generale, questo è un pensiero che riguarda diversi terapeuti.

Così Hoyt cita anche Franz Basch, anch’esso autore di una serie di libri sulla psicoterapia (come Practicing Psychotherapy, Doing Psychotherapy e Doing Brief Psychotherapy), che trent’anni dopo Wolberg ha sostenuto qualcosa di molto simile:

“Credo che non si possa decidere arbitrariamente, sulle basi dei sintomi o della struttura del carattere, che un paziente non trarrà beneficio dalla terapia breve. Invece, la mia posizione è che tutti i pazienti non psicotici o con tendenze suicide dovrebbero essere scelti come candidati per la psicoterapia breve finché non è provato il contrario.”

Peraltro, diversi autori sostengono che anche pazienti suicidi o con alcune forme di psicosi (si veda ad esempio gli studi pionieristici di Mara Selvini Palazzoli e i casi riportati dall’MRI di Palo Alto e dal C.T.S. di Arezzo) possono essere trattati con le terapie brevi. Fatte alcune dovute eccezioni, nulla andrebbe escluso a priori.

Flavio Cannistrà
Psicologo, Psicoterapeuta
Direttore della collana Brief Therapies

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