Le 5 fasi della prima seduta di terapia breve

Psicoterapie brevi libro

Ecco le 5 fasi di una seduta di terapia breve. [immagine Freepik]

Quali sono le fasi di una sessione di terapia breve?

In Psicoterapie Brevi Hoyt dedica l’intero secondo capitolo alla struttura temporale della terapia per un motivo molto utile e pratico: ogni fase prevede delle mosse specifiche.

Studiando le diverse forme di terapia Hoyt definisce 5 fasi di ogni seduta di psicoterapia breve:

  1. Pre-trattamento
  2. Inizio
  3. Metà
  4. Conclusione
  5. Follow-through

Questa suddivisione garantisce diversi vantaggi, che emergono durante la lettura del libro.

Uno di questi è che in ogni fase è possibile identificare delle mosse da fare, degli step fondamentali. Hoyt chiarisce fin da subito che le fasi si compenetrano tra loro (quindi elementi di una possono riscontrarsi all’interno di un’altra), ma in generale alcuni punti fissi possono essere molto utili al terapeuta che voglia cimentarsi nella terapia breve.

Ad esempio, nella fase Pre-trattamento (spesso il colloquio telefonico) è utile ricavare già alcune informazioni. Ricordiamo che questo venne fatto con successo proprio in Italia negli anni ’60-’70 dal gruppo di Mara Selvini Palazzoli (la Scuola di Milano, che infatti Hoyt cita a più riprese). Inoltre lo stesso Hoyt riporta alcuni studi che mostrano l’impatto positivo che può avere già un breve colloquio telefonico (10-15 minuti) e suggerisce anche, laddove possibile, di utilizzare delle tecniche di semina (si veda l’approccio ericksoniano).

Nella Fase Iniziale, cioè fin dai primi minuti del colloquio (e, volendo andare oltre, già da quando si stringe la mano al cliente), ci si dovrebbe concentrare soprattutto a formare una buona alleanza terapeutica. Hoyt è molto acuto nel mostrare che questo si può fare proprio con quelle domande che, nelle prime decine di minuti dell’incontro, aiutano a capire il problema, e in Psicoterapie Brevi espone una lunga serie di queste domande.
C’è poi da considerare che le terapie brevi, in quanto tali, cercano di trarre il massimo da ogni seduta, e quindi già in questa fase alcune domande possono mettere in moto il cambiamento.

Nella Fase Mediana Hoyt ritiene soprattutto necessario concentrarsi soprattutto sul definire con più accuratezza gli obiettivi del cliente. Infatti, se fin dall’inizio ci ha esposto il problema e abbiamo indagato il suo funzionamento, adesso è necessario accertarsi di star andando nella giusta direzione. Non sono rare quelle sedute in cui il cliente, negli ultimi minuti della seduta, salta fuori con un “Ma in realtà è un’altra la cosa su cui volevo lavorare…”.

Infine, la Fase Finale è quella in cui “il terapeuta viene tirato fuori dall’equazione della relazione di successo”. Hoyt (citando Gustafson) si riferisce al fatto che una buona terapia breve tende a riconsegnare le responsabilità, e quindi i meriti, al paziente. In un approccio resource-based, cioè teso a individuare, utilizzare e sviluppare le risorse del paziente, questo è il momento in cui gli si mostrano quelle sue capacità che già possiede e che gli possono servire per risolvere il paziente. E laddove si diano degli homeworks, dei compiti tra una seduta e l’altra, questi dovrebbero partire e calzare proprio da quelle risorse.

Il discorso di Hoyt è molto affascinante. In Psicoterapie Brevi, per ogni fase descrive una serie di domande utili e in più mostra come ci sia un isomorfismo tra le fasi della seduta e quelle dell’intero processo terapeutico. E il minuzioso lavoro bibliografico che caratterizza ogni sua opera (in questo libro vengono citati oltre 800 lavori scientifici, tra libri e articoli) consolida e avvalora tutto ciò che scrive.

 

Flavio Cannistrà
Psicologo, Psicoterapeuta
Direttore della collana Brief Therapies

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